Mazzarella Press Office

EMP 1

martedì 17 ottobre 2017

ENZO AND THE GLORY ENSEMBLE - Intervista a Enzo Donnarumma


Sei appena uscito sul mercato discografico con un nuovo album in studio, puoi presentarlo ai nostri lettori?

Saluto i lettori. Bentrovati! “In the Name of The Son”, secondo album della band “Enzo and the Glory Ensemble” formata da me e da illustri creatori del panorama metal internazionale: Marty Friedman, Ralf Scheepers (Primal Fear), Kobi Farhi (Orphaned Land), Mark Zonder (Fates Warning), Gary Wehrkamp & Brian Ashland (Shadow Gallery), Nicholas Leptos (Warlord, Arrayan Path), Amulyn e Derek Corzine (Whisper from Heaven), Tina Gagliotta (Poemisia). In qualità di ospiti: David Brown (Metatrone), Alex Battini (Dark Horizon, Ghost City), Giacomo Manfredi (S91) e la corale gospel congolese “Weza Moza Gospel Choir”. 


Come hai scelto il titolo del disco?

La stampa sospetta una trilogia in atto, accostando questo titolo a quello del precedente “In the Name of The Father”. In realtà non c'è un vero e proprio “segno della croce” in corso. Il “Son” trae sì spunto dal “figlio”, cioè Cristo, ma in una visione più “laica” con cui offrire un percorso spirituale anche a chi nutre idee diverse. Chiese e religioni da secoli hanno promulgato chiusura e segregazione culturale, non possiamo anche noi continuare a reagire opponendo un'altra chiusura. Così facendo stiamo solo sostituendo un oscurantismo con un altro. Il problema di sempre non è in cosa credere, né distinguere il vero dal falso, ma “permettere” la diversità e, anzi, confrontarsi con il diverso, sì da trarne prospettive in più da cui guardare le nostre. Così l'umanità può crescere, se è vero che nessuna religione, nella sua essenza, offre traguardi già raggiunti. Cristo, in questo album, è un seme piantato nel grembo di chi accetta di approfondire la realtà in una visione più ampia, aperta, “divina” in un certo senso.

Come si è districata la tua formazione da musicista?

In effetti si sta ancora districando. Chitarra e pianoforte sono stati il mio percorso in conservatorio ma, sin dall'infanzia, i miei ascolti hanno troppo spaziato al punto da frantumare, nel corso degli anni, la mia identità di autore, persa nell'amore per musica classica, colonna sonora, musical, blues, soul, gospel, jazz, fusion, funky, pop, rock, metal, new age, musica colta contemporanea, folklore irlandese, ebraico, africano, cubano, kurdo, gitano, indiano, giapponese… chi sono io qua in mezzo?
“In the Name of The Father”, due anni fa, fu frutto di un “reset”, una ricerca e riscoperta della mia persona musicale nelle sue potenzialità e nei suoi confini, giungendo, così, a riassumere la mia penna in tre identità: Prog sinfonico, Folklore e Gospel.

A cosa ti ispiri quando componi?

C'è un'immagine ricorrente nel mio cuore sin da ragazzo, ovvero due occhi di un viso femminile, in cui son racchiusi panorami di distese naturali popolate da gente che vive di pace e dialogo. Credo sia una forma di musa ispiratrice in cui leggo, forse, il volto di Dio. 


Quali sono gli elementi della tua musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del tuo nuovo album?

E' dato di fatto che in musica tutti hanno detto tutto in tutti i modi. Ciononostante la mia band è certa che alcune singolarità del nostro sound possano decisamente incuriosire ascoltatori in cerca di particolarità, poiché quest'album snoda un metal consistente che attraversa piattaforme sinfoniche molto descrittive, colorate da una profonda ricerca etnica. E', un po', il suono di un'orchestra di teatro che, in compagnia di una prog band, viaggia verso popoli vicini e lontani, alla ricerca di un segreto spirituale che possa accomunarli ed accomunare noi e loro.

E questo segreto viene scoperto?

Certamente no, altrimenti questa vita non avrebbe più senso. Ma un piccolo segreto viene comunque offerto al pubblico, ovvero la profonda necessità di dialogo, incontro e pace. Prospettive possibili solo se, malgrado le straordinarie risposte che offrono religioni e filosofie, sappiamo comunque riconoscerci incompleti, in cammino. Non bisogna “cambiare idea” o fondare una sola religione, assurdo tentare una simile paccottiglia. Tuttavia un ascolto in più arricchisce l'un l'altro e, insieme, si viaggia meglio e si fa un passo in più verso l'infinito; verso, appunto, il “Son”.

Come nasce un tuo pezzo?

Di solito mentre faccio altro. Raramente creo belle idee mentre abbraccio lo strumento musicale. Le cerco e non le trovo. Ma appena mi alzo la mente comincia ad lavorare e nascono idee su idee, sicchè nei momenti più disparati (alla guida o mentre cucino, mentre leggo o dormo) devo tirar fuori il pentagramma e scrivere. Nasce, solitamente, già tutta una canzone e quella canzone già sa che argomento trattare. 


Quale è il brano di questo nuovo disco al quale ti senti particolarmente legato sia da un punto di vista tecnico che emozionale?

“If not you”, l'ultimo della tracklist, pur non esigente in tecnica, riassume atmosfere e tematiche di tutto l'album. Un Gospel strofico in crescendo che canta, con sempre più enfasi, “il bisogno dell'uomo di credere in qualcosa di stabile” che va oltre la precarietà di ogni scelta, qualcosa che non sia mai obsoleto e sappia rispondere alla paura di fondo che accomuna ogni uomo, sì da poter finalmente buttare le nostre finte corazze e tornare a riscoprirci in qualità di noi stessi.
Per chi ha fede in un Dio, Lui è stabilità. Per chi non ha fede… stabile può esser la propria persona, abile a rispondermi, ad amarmi, ad esserci sempre senza mai cambiare idea.

Quali artisti hanno influenzato maggiormente il tuo sound?

Posso vantarmi di averli quasi tutti nel mio gruppo e ritenermi fortunato, poiché la prospettiva di suonare con Marty Friedman, Mark Zonder, gli Shadow Gallery era un sogno fino a due anni fa. Costoro hanno accettato di suonare e risuonare i miei pezzi mai negandomi un “sì” a tutto, anche al discorso live.

Quali sono le tue mosse future? Puoi anticiparci qualcosa?

Il capitolo “Enzo and the Glory Ensemble” vuol proseguire finchè possibile. Quindi ci saranno senz'altro altri album in futuro e, a breve, ci occuperemo dell'argomento tour.

Come pensi di promuovere il tuo ultimo album, ci sarà un tour con date live?

La nuova etichetta con cui lavoriamo, Rockshots, promuove iniziative live, palla che stiamo per cogliere al balzo.

Come giudichi la scena musicale italiana e quali problematiche riscontri come artista?

Due domande in una bisognosa di due risposte. La scena italiana di nicchia (l'unica che ha qualcosa da dire, secondo il sottoscritto) gode di tante meraviglie, di musicisti coraggiosi e instancabili e ottimi risultati. Pecca profonda è il poco spazio che un paese in crisi economica e culturale come l'Italia riserva a costoro, tutti condannati a sopravvivere di altro, tutti costretti a non poter esprimere il massimo in quelle poche ore quotidiane riservabili all'arte. E' un triste limite a qualità, produzioni e promozioni che potrebbero sfoderare di meglio ancora e, purtroppo, non è così. Le problematiche che in passato ho riscontrato come artista rappresentano le problematiche di ogni emergente in buona fede: essersi fidato, in un territorio musicalmente malfamato, di pseudo-discografici che chiacchierano a vuoto su operazioni promozionali e concertistiche ma si rivelano potenti neanche un decimo, rubano soldi di un contratto non rispettato, ritardano pubblicazioni, non mettono annunci, ti dimenticano e ti fanno perder fede nella musica. La mia prima band d'esordio, “Members of God”, fu una delle tante vittime di questa guerra dei poveri che segnò uno squarcio sul nascere. Perciò concludo questa risposta consigliando agli emergenti più sensibili e sinceri di creare anzitutto lavori pensati e curati nei minimi dettagli, degni di un'ottima label. Dopodichè contattare un'etichetta nota per serietà e laboriosità e tenere gli occhi bene aperti. 


Internet ti ha danneggiato o ti ha dato una mano come musicista?

Internet mi ha decisamente offerto la chance di realizzare quanto finora realizzato. Pur penalizzando non poco le vendite, è stato tuttavia luogo d'incontro tra me e la band, tra noi e i discografici, tra tutta l'equipe, il pubblico e le radio, in un territorio web che ha già comunicato il nostro messaggio di pace ai followers.

Quanto il genere che suoni valorizza il tuo talento di musicista?

Dovrebbe essere il pubblico a dirmi se, innanzitutto, ne ho a sufficienza. Senz'altro, però, questo incrocio stilistico, nella sua apertura ed economia, valorizza non poco le mie vocazioni musicali.

C'è un musicista con il quale vorresti collaborare un giorno?

La maggior parte di essi, purtroppo, riposa nei cimiteri, tra cui Bach, Monteverdi, Mahler, Bernstein, Gershwin, Satie, Debussy. Avrei sognato di lavorare con Billy Preston e Syreeta Wright, con Mahalia Jackson e Isley Brothers, ma sono nato troppo tardi e temo di non essere all'altezza. Un mito con cui sogno da sempre di suonare prende vita in due parole: Alice Cooper.

Siamo arrivati alla conclusione. Ti va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Mi va certamente, perché invito il nostro lettore al dialogo con chi la pensa diversamente. Non interromperlo con un tedioso “Ho capito”! Ascoltalo, lascialo concludere, approfondisci interamente la sua panoramica, dopodichè avvia la tua parola con: “Io penso che…”.  Fa bene a lui perché non si comprimerà, sarà a suo agio, capterà maggiore intimità e ti ascolterà meglio. Fa bene a te perché acuirai un'angolatura diversa da cui osservare la tua idea e ti esprimerai in connessione più profonda con lui. I frutti di quel dialogo saranno personali e si vedranno nel tempo.

Maurizio Mazzarella

E’ uscito The Hunting, secondo inedito dei Cherries on a swing set

E’ una ballata dai toni romantici il secondo inedito dei Cherries on a swing set. La musica è stata scritta (come per l’Equilibrista) da Stefano Benini, che ne ha curato anche l’arrangiamento, e le parole da Daniele Batella, tenore del gruppo.

Il testo, questa volta in inglese, vuole mettere in risalto il tema ampiamente sfruttato dell’amore, ma, come al solito, i “Cherries” provano ad esprimere il loro punto di vista a riguardo. Non si tratta di un amore in particolare quello che viene cantato in “The Hunting”, ma dell’Amore con la “A” maiuscola, quello universale. Questo amore, nell’ottica degli autori, viene rappresentato come una sorta di gioco, di una giostra antica, anzi…una caccia. C’è così un cacciatore dal quale si fugge, inconsapevoli del fatto che le sue non sono armi di morte, ma frecce che danno la vita, proiettili da cui si rinasce (“a bullet gave me life”)… Ognuno di noi in fondo cerca di sfuggire all’amore per paura di restarne intrappolato. Ma non ci si può sottrarre per sempre al “the hunting game” e prima o poi, per quanto si tenti di sfuggire, ci si deve arrendere a questo gioco, che cambierà per sempre (in meglio) la nostra vita (“As far as you can run you’ll join the hunting game”). Le strofe sono concepite come se fossero i pensieri di coloro che per tanto tempo si sono sottratti al mirino dell’ “Arcere” e di come la loro vita fosse diventata grigia e priva di senso, fino al giorno in cui, o per sbaglio o per sfinimento, si sono arresi ai suoi colpi. Il ritornello, preceduto da una importante modulazione armonica, ribadisce che, dietro ogni scelta, per ogni strada che si vuole intraprendere, l’amore è in agguato e ci chiama, esigendo una risposta. Sta solo a noi la capacità di andargli incontro, nonostante, spesso, il suo volto ci appaia in maniera totalmente differente da come ce lo eravamo immaginato.

Per raccontare tutto questo, cosa di meglio, se non una favola? Così nasce l’ambientazione del video con cui i Cherries lanciano “The Hunting”. C’è una principessa rinchiusa nel castello, una Regina Cattiva, un Principe che vaga per i boschi, un Cacciatore e una fata buona… Tutti gli ingredienti per una favola tradizionale, ma il finale non è affatto scontato, perché l’amore è un grande artista e come tutti gli artisti è assolutamente imprevedibile. Così ogni personaggio verrà messo di fronte al suo vero amore, quasi per magia, perché l’amore è la più grande delle magie.

Le riprese sono state effettuate al castello di Torre Alfina (VT) con esterni nei boschi vicino a Porano. Come sempre i Cherries on a swing set amano valorizzare le bellezze del proprio territorio. Rimane confermato il team tecnico dell’Equilibrista. Il brano è stato registrato e mixato da Paolo Novelli, allo studio Panidea di Alessandria e il video è stato realizzato da Riccardo Riande.

La canzone anticipa l’uscita del disco Across The Sky, il primo album dei Cherries, in arrivo per l’11 novembre. Oltre agli inediti The Hunting e L’ Equilibrista, il disco conterrà delle nuovissime cover realizzate dal gruppo, insieme ad alcune di quelle già note ed apprezzate dal pubblico del quintetto. Il disco, il cui artwork è stato curato dall’artista grafica Chiara Lu, verrà presentato con due serate al Teatro S. Cristina di Porano, l’11 e il 12 novembre.


CHERRIES ON A SWING SET – Biografia

I Cherries on a swing set sono un quintetto vocale a cappella. Il loro percorso nasce ad Orvieto nel 2009, ma velocemente il gruppo si fa apprezzare in molte città italiane e anche all’estero, esibendosi spesso in importanti live club (Stazione Birra, Alexander Platz e Teatro Centrale Carlsberg - Roma), ed in festival di rilievo (Sanvalentino Jazz - Terni, Umbria Folk festival - Orvieto, Festa Europea della Musica - Roma, Solevoci - Varese, Musica Riva Festival – Riva del Garda, Etruria Musica – Tarquinia, Festival della Letteratura - Mantova, Vocalmente - Fossano), Italian Festival Thailand (Bangkok). Hanno avuto vari riconoscimenti, tra cui il secondo premio al Winter Vocal International Competition di Pinerolo (TO), nel 2014.

Nel 2015 hanno vinto il Premio Voceania. Hanno collaborato spesso con Ambrogio Sparagna con cui sono stati protagonisti di molti spettacoli (ricordiamo l’ Ottobrata Romana 2013 all’Auditorium Parco della Musica di Roma) e con altri artisti importanti. Il repertorio del gruppo, principalmente pop/rock, spazia dai classici degli anni ’50, fino alle hit dei giorni nostri, proponendo, di tanto in tanto, generi alternativi come lo swing, il folk o la rilettura di pagine famose della musica classica.

MAZE OF HEAVEN - Dreams

Primo estratto del progetto Maze of heaven del virtuoso dei tasti d’avorio nostrani Andrea De Paoli (Labyrinth, Chaos Venture, ecc.); qui il nostro sforna un brano di puro power prog, prodotto benissimo, con chitarre affilate, batteria potente in questo up tempo, un gran lavoro di tastiere, ed una soave voce femminile che viene integrata da cori e una voce maschile acuta; un ritornello che ti stampa in testa; grande assaggino metal e soprattutto, splendido solo di tastiere ad opera del nostro, adesso attendiamo tutto il disco; dell’assaggino non mi accontento più, grandi ragazzi! 

Matteo ”thrasher80” Mapelli

sabato 14 ottobre 2017

DAMN FREAKS - Damn Freaks

Migthy Music
Esordio discografico per i fiorentini Damn Freaks con un album che porta il nome della band. Fin dalle prime note di Break The Chains si viene piacevolmente catapultati negli anni Ottanta. Per intenderci, gli anni Ottanta del pop/hair metal che hanno visto band come Dokken e White Lion conquistare una buona fetta di mercato con riff ben squadrati, melodie accattivanti, voci acute e chitarre in primo piano. Viene da sorridere adesso se si pensa che all'epoca c''era chi, all'interno dell'universo metal, osteggiava questo tipo di proposta definendola "false metal". La storia ha dimostrato ampiamente che al contrario questo tipo di musica ha rappresentato una scena vitale, colorata, piena di artisti che hanno lasciato il segno. Questi Damn Freaks il loro segno potrebbero lasciarlo perche' mettono cuore e perizia in cio' che fanno. La voce cristallina di Jacopo Meille, che ultimamente aveva arricchito l'ultima produzione dei Tygers Of Pan Tang, dispensa pathos e compiutezza espressiva lungo le otto tracce del disco.

La chitarra di Marco Torri si produce in riff efficaci e in assoli ficcanti e a volte struggenti. La sezione ritmica formata da Claudio Rogai al basso e da Matteo Panich alla batteria garantisce una base solida su cui imbastire la proposta musicale. Come tradizione vuole, nel disco ci sono una serie di brani trascinanti e cadenzati come la gia' citata Break The Chains a cui si aggiungono Poison Apple e Burning Up, Da segnalare il riff particolarmente catchy di Dream Highway. Piu' melodiche le linee di brani come Secret Path e The Way I Feel. mentre le due ballate semiacustiche Sea Of Love e Broken Wings vanno dritte al cuore. Anche di chi non ama questo tipo di musica. Se continueranno con la genuina ispirazione dell'esordio, i Damn Freaks sono destinati a conquistare numerosi fans, e non solo fra i nostalgici degli anni Ottanta.

Voto: 7/10 

Silvio Ricci

SILVIO RICCI - Hard Rock Emotions

Hard Rock Emotions e' un libro nel quale si racconta la storia del rock duro dagli anni Sessanta ai giorni nostri. Tutto questo con l'animo di chi questa musica la ama e la segue da quarant'anni. Si parla di come decenni fa l'avventura di cercare i dischi introvabili e di macinare chilometri per assistere ai concerti fosse una dimensione molto diversa da come puo' essere oggi, con la rete che rende possibile accedere a tutto in tempo reale. Una storia appassionata, un "romanzo elettrico" che ci narra come negli anni Sessanta hard rock fosse un'attitudine e non ancora un genere. Who, Cream, Jimi Hendrix Experience hanno creato nuove sonorita' elettriche, amplificate e distorte da cui poi Led Zeppelin, Deep Purple e Black Sabbath sono partiti per codificare un vero e proprio genere nuovo. Nel corso degli anni Settanta numerose band come Ufo, Scorpions, Kiss e Blue Oyster Cult hanno raccolto il testimone diversificando ulteriormente la proposta musicale. Nel frattempo il genere si diramava in diverse direzioni, e abbiamo avuto il Glam, il Southern Rock e l'AOR- A meta' anni Settanta poi, gruppi come Judas Priest, AC/DC , Motorhead e Van Halen hanno traghettato l'Hard Rock in quello che negli anni Ottanta tutti avrebbero chiamato Heavy Metal Rock. Quindi la NWOBHM, l'Epic Metal, il nuovo Glam, il Pop/Hair Metal. Gli hredders, il Thrash. E ancora il Death, il Black, il Doom, il Groove, l'Alternative, l'Industrial, il Grunge, il Power e altro ancora. Si narra di come questa musica, inizialmente dominata dagli artisti Angloamericani, abbia poi conosciuto un'ampia globalizzazione che ha visto anche l'Italia protagonista attiva...infine, l'amore per questa musica. Una musica che contiene in se tante magnifiche istanze. L'essere non omologati alle regole, ribelli dentro, a qualunque eta' e in qualunque epoca. Una musica che ci sara' per sempre. 

Hard Rock Emotions, cartaceo e ebook su Lulu e su Amazon

Sivio Ricci

UMBRA NOCTIS - Via Mala

Novecento Produzioni
Dopo aver già parlato di loro in altra sede, si ripropone ancora una volta la possibilità di illustrare il grande lavoro svolto da questa singolare band ,Umbra Noctis, proveniente da Mantova, splendida cittadina italiana. Sono passati cinque anni dal loro precedente album, intitolato Il Primo Volo. Durante l’arco temporale che è trascorso tra un disco e l’altro, sono riusciti ad definire con maggior precisione la loro personale visione della musica estrema, se così “volgarmente” possiamo chiamarla. Partendo da una base prettamente black metal, stendono su di esso un tappeto sonoro che attraversa il classico rock, tendendo ad essere in alcuni punti psichedelici. Possiamo anche sentire il grande lavoro a livello vocale, dove vengono mischiati i classici vocalizzi screaming black con le clean vocals, davvero sentite interiormente.

Quello che tra l’altro rende magico e grande questo disco è anche l’utilizzo della lingua madre, in questo caso ovviamente l’italiano, il che ci fa veramente piacere sentire che le radici italiche sono ben presenti su tutto il lavoro. A rendere ancora più affascinante i brani sono spesso i duetti tra screaming e clean vocals. Tutto questo rende il tutto più fluido e aperto anche a chi non ascolta solitamente black metal. Su questo Via Mala troviamo sette brani, sette composizioni di musica introspettiva, intima,come del resto sono anche i testi, ipnotica e a tratti brutale per una durata di circa quarantasette minuti. Si può anche scorgere una certa dose di malinconia durante l’ascolto di brani come l’iniziale Nevica, che si presenta con i suoi sette minuti e mezzo , facendoci notare fin da subito la direzione che hanno intrapreso i nostri mantovani. Se poi vogliamo ascoltare un brano d’impatto , tipicamente glaciale, black fino al midollo, ma con tutti gli elementi che li contraddistinguono, possiamo passare alla seconda traccia Il Sentiero Del Cervo. Sicuramente non basterebbe una singola recensione per poter parlare apertamente di tutti i brani. La cosa più conveniente è di certo procurarsi questo lavoro nel più breve tempo possibile e ascoltarlo in modo profondo e accurato. Saprà regalare lunghe e oscure emozioni. 

Voto: 7,5/10

 Sandro Lo Castro

venerdì 13 ottobre 2017

SAINT VITUS - Traffic Club, Roma - Mercoledi 11 Ottobre 2017


Vedere i Saint Vitus dal vivo, tutt'ora equivale ad un'esperienza mistica. I guru del Doom americano ancora oggi, nonostante la semplicità compositiva dei loro albums, riescono ad avere quel quid viscerale che manca a molti altri attualmente. Mi trovo quindi ad esprimere le mie impressioni dopo questo battesimo di fuoco che ho ricevuto ieri sera, 12 ottobre, al Traffic di Roma. Un concerto a cui di sicuro non potevo mancare. I nostri si presentano con una band di spalla, i connazionali Mos Generator, che presentano una buona mistura di Heavy Metal classico e Doom Metal, e riscaldano abbastanza il pubblico fino a quando... non si presentano i guru del Doom in persona. E lì un boato tra il pubblico li riceve. Segno che anche qua in Italia i nostri hanno un ottimo seguito. Ma la sorpresa a cui non ero preparato sta al centro del palco. ACCIDENTI! Quello lì è Scott Reagers, il cantante originario! Che giornata! In effetti non mi ero informato molto, e solo ora scopro che essendo Wino molto occupato con i suoi Obsessed, cede il posto per i live al grande Scott, che continua quindi strettamente a collaborare con i Vitus. 

Di sicuro, una cosa gradita per tutti i fans. Ed ecco qui Reagers, con la sua zazzera eccessivamente vaporosa, che agita gli animi come un forsennato, e dimostra che per lui l'età non conta e che gli piace tanto cantare avvicinando se stesso ed il microfono "dentro" le prime file che coreggiano. Ottima prova anche il nuovo batterista, Henry Vasquez, che sostituisce il defunto (RIP) Armando Acosta, egli si dimostra potentissimo su tutte le variazioni di ritmo. A livello scenico, voglio sottolineare, anche se non fregherà a molti, che Vasquez si presenta anche bene, indossando orgogliosamente una maglietta dei Blue Cheer, proiettandoci così anche iconograficamente in puro periodo Heavy Rock fine '60s/inizio '70s. Penso che ogni concerto dei Vitus possa essere considerato una specie di "viaggio nel tempo" musicale che ci proietta nei '70 del ventesimo secolo. E la sensazione di non sapere più in che epoca si è, pare davvero una goduria. Il bassista Patrick Bruders (che sostituisce a tempo indeterminato il titolare Mark Adams nei live) va anche lui alla grande aggiungendo la sua potenza terremotante. Ho tenuto per ultimo il simbolo dei Vitus, il leggendario chitarrista Dave Chandler, perché se ne deve parlare come si deve. Lui, con la sua immagine di hippy ultra-tatuato, sempre con il bandana attorno alla testa che gli tiene fermi i suoi vaporosi ed ingombranti capelli, da lui sempre orgogliosamente tenuti lunghissimi anche ora che sono marcatamente brizzolati, lui insomma per tutto ciò che rappresenta, e che ha rappresentato per moltissimi anni, musicalmente quanto iconograficamente per i SV e per tutto il movimento Doom, è un personaggio da "venerare". Personalmente ho passato buona parte del concerto addossato alla transenna sul lato sinistro della platea (la destra dal palco), proprio sotto di lui, e sotto alla cassa che gettava fuori un suono di chitarra distorta spaventosamente caldo e 'celestiale', a volume altissimo e assordante, ma perfettamente musicale. 

Ho visto il grande Chandler con pochissimi effetti sulla pedaliera, tanto il suo stile è semplice e viscerale: un suono metallico ricco di frequenze basse per le ritmiche (con un Wah Wah "Cry Baby" da usare ognitanto) pastoso e troppo bello da sentire su quelle ritmiche rallentate e plumbee che hanno fatto grandi i Vitus, ed un suono più squillante e caotico (credo sia per opera di un chorus o di un flanger) per gli assoli, minimali e veloci quanto energici ed aggressivi. Tutto qui. E con queste poche cose, diventa un gigante, e si fa poco a scoprire che lui non cambia tra dischi e concerti: la sua icona è dominante, la sua chitarra pure, ed è troppo bello trovarsi proprio di fronte un personaggio di forte impatto, che prima d'ora si era visto solo sulle riviste e sulle copertine dei dischi... suonare difronte a te. La gente esultava pure per questo. Quando con quel suono ha attaccato, ad esempio, l'inconfondibile riff di "White Stallions", unico vero brano speed metal della band, la pit sotto al palco è impazzita per il pogo... e in seguito si rimarca la grande partecipazione per i cori del refrain assieme a Scott che cantava praticamente attorniato dalle braccia esultanti dei ragazzi delle prime file. Stessa cosa più avanti con il brano-simbolo "Saint Vitus": il pubblico che scandiva "Saint Vitus" e Reagers pareva quasi seduto in mezzo a loro. L'entusiasmo generale è stata una componente primaria dello show. Vado a casa molto molto appagato, non foss'altro che, nonostante l'esperienza traumatica per le mie orecchie, le frequenze basse della chitarra, primeggianti sotto la cassa dov'ero posizionato, mi hanno davvero ricaricato di energia come fossi un'alcalina. Ci voleva siffatta macchina nel tempo al prezzo di un concerto per ottenere questo gradevole effetto. Bravi St. Vitus, ci rivediamo alla prossima!

Alessio Secondini Morelli

ATHLANTIS - Metalmorphosis

Diamonds Prod.
Questo disco era il tesoro mancante, per la formazione ligure degli Athlantis ; era ricercato dai fan al tempo, perché questo disco venne registrato nel 2008,ma sfortunatamente non vide mai la luce. Fino ad ora; perché la meritoria Diamonds prod. ; colma questa lacuna pubblicandolo proprio questo mese, un disco finalmente riportato alla luce e giustamente. L’opener “Delian’s fool” è una power metal song deliziosa, potente e sorretta da un bel lavoro di chitarre ad opera del grande Tommy Talamanca(Sadist) e un ritornello che vi spingerà a cantarlo a piena voce; la batteria alterna tempi medi a accelerazioni speed; menzione d’onore per il singer Alessio Calandriello, dotato di una voce squillante e potente, ricca di pathos. “Battle of mind” è rocciosa, chitarre dai riffing duri, batteria compatta che alterna up tempo e speed metal, opera del grande Alessandro Bissa; e anche qui la melodia è presente che s’incastra alla perfezione con la durezza del brano; ottima prova del singer; assolo stratosferico, virtuoso che fa il paio con le tastiere ad opera sempre del bravissimo Talamanca. “Wasted love” power/prog di classe questo sfornato dai nostri; brano diretto, sorretto da ottimo lavoro di chitarre, tastiere e la parte ritmica è precisa e senza fronzoli, anche qui il chorus invoglia a cantare a squarciagola.

“Nightmare”, brano potente e aggressivo; la formula power dei nostri ha anche qualche influenza della band originaria del buon Talamanca, ovvero i Sadist, oltre che avere come ospite speciale il singer della formazione prog/death, ovvero il mitico Trevor che col suo growl alterna le melodie vocali del bravo singer della formazione power prog; un brano stupendo, ricco di melodia, durezza e gusto. “Devil’s temptation” brano power /prog”, batteria diretta, chitarre dai riff d’acciaio e vocals ricche di melodia; controtempi perfetti che spezzano la batteria in velocità. “Angel of desire” è il lento dei nostri, brano crepuscolare; ricco di pathos, melodia malinconica; grande ritornello aperto e solo da urlo che richiama un sapore alla queen. “No fear to die” riprende a correre, up tempo, power con un leggero tocco sinfonico; gusto eccelso nel cesello delle melodie; anche qui il ritornello è aperto alla melodia piena e ottimo lavoro di chitarre. “Resurrection” inizia con un delicato pianoforte prima che entrino le chitarre in armonizzazione e si trasformi in una cavalcata power/prog; anche qui la dinamicità del brano non scende di tono e precisione; perfetto incrocio di aggressività power con uso sapiente delle melodie; come ciliegina sulla torta una cover del classico dei Bee Gees “Tragedy”,che vede come ospite speciale Roberto Tiranti(Labyrinth). Un disco eccelso, che nonostante il tempo passato, non mostra nessuna ruga; anzi, è pieno, ricco di melodia e metallica passione; ottima e ultima tessera mancante del puzzle Athlantis, eccellente. 

Voto: 8,5/10 

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

IL SEGNO DEL COMANDO - Al passato, al presente, al futuro (Live in Studio)

Autoprodotto
Nel famosissimo e monumentale disco d’esordio della P.f.m. c’è un brano chiamato “E’ festa” che sarebbe attinente a questa occasione davvero speciale. Qualcuno si chiederà del perché questa associazione; in primis perché sia i pionieri meneghini che i nostri genovesi fanno parte dello stesso genere, ovvero il rock progressivo; che a smentire i criticoni foraggiati dal mainstream più lagnoso(fate voi gli esempi) è vivo e vegeto. In secondo luogo, perché questo è un festeggiamento particolare; la celebrazione di un gruppo che ha percorso la strada del prog con personalità, gusto e stile anche nella ricercatezza non solo strumentale ma lirica, guidati dalle sapienti mani del bassista Diego Banchero, i genovesi festeggiano un compleanno importante, i 20 anni di carriera, essendo l’esordio omonimo del 1997, una carriera costellata di una crescita che li ha portati ad essere una delle formazioni più rinomate del genere.

E penso che sia proprio per questo che la loro label, la sempiterna Black widow records; etichetta storica per quanto riguarda il prog e il dark sound, gestita con passione e amore da Massimo Gasperini e i suoi sodali; hanno voluto rendere omaggio ai nostri, pubblicando in forma strettissimamente limitata(100 copie numerate!) e acquistabile, solo ed esclusivamente durante i live della band; un live in studio che percorre tutta la carriera dei nostri partendo da “Komplott Charousek”,tratto dal secondo disco “Der golem”,a “Usibepu” e “Retrospettiva di un’amore” prese dal terzo ovvero il magnifico “Il volto verde” fino alla conclusiva traccia che da il nome alla formazione ligure. La band si muove con maestria, sapiente uso della materia, grande senso tecnico, gusto sopraffino e un’aura oscura; un disco pregno di progressive rock moderno ma rispettoso della tradizione, ma con lo sguardo sempre puntato avanti. Un disco questo, che deve essere posseduto, non solo dagli amanti del genere, ma soprattutto tra gli appassionati di vera musica, fatta col cuore, amore per ciò che si fa e rispetto per se stessi, perché è l’integrità dell’artista che genera buona musica e questi, signori, possono fregiarsi il titolo di artisti.  

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

PIMEA METSA - No Blood: No Glory

Wormholedeath
Chi ha detto che il viking metal proviene solo dalle fredde lande del nord europa? Sicuramente molte persone adesso si accorgeranno che anche la calda Spagna può competere ad armi pari se non superiori con tutte le altre blasonate viking band, tramite i Pimeӓ Metsӓ, una band che arriva direttamente da Madrid. E tra l’altro non sono neanche degli esordienti, dato che si sono formati nel 2006 ed hanno all’attivo già diverse release. In questo ricco, discograficamente parlando, 2017 questa band spagnola esce con un grande album dal titolo significativo: No Blood, No Glory. Fin dalla copertina, ad opera dell’artista Angel Flores, raffigurante una battaglia come da tradizione vuole il genere, possiamo percepire già cosa troveremo all’interno del disco. Viking metal all’ennesima potenza, fiero e battagliero come non mai.

Brani trascinanti, basati molto sul suono duro delle chitarre che in ogni singola nota vanno a creare un muro sonoro impressionante, dotato anche di quelle frecciate thrash metal che non fanno certo rimanere impalati chi si mette all’ascolto. Mischiano anche il folk metal nelle composizioni, oltre a un chiaro richiamo alla scena heavy spagnola un po’ su tutto il lavoro. Dopo l’iniziale intro si entra subito nel loro mondo fatto di spade, battaglie e sangue, che qui ne scorre a fiumi. Le influenze innegabili con il genere nordico e relative band non si mettono certo in discussione, dove trovano la loro maggior fonte da cui pescare a piene mani. Ma la cosa che rende questo album davvero incredibile è l’unione che riescono a creare tra le fredde terre scandinave e le calde note date dalla splendida terra spagnola. Non vi è un brano in particolare da segnalare, ma sono tutti da assimilare e ascoltare d’un soffio. Dieci composizioni compresa intro che non mancheranno di entusiasmare chi si nutre di folk, viking, heavy e chi più ne ha più ne metta. Impossibile stabilire quali tra Viking’s Creed, Thunder God oppure Einherjer e tutto il resto siano migliori, il disco è semplicemente da urlo. 

Voto: 10/10

Sandro Lo Castro