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domenica 19 novembre 2017

VULCAN FORGE - Intervista alla Band


Tra le miriadi di cover band che spopolano nel panorama musicale tarantino, un gruppo brilla di luce propria: i Vulcan Forge. Conosciamoli meglio in questa intervista.

Ciao ragazzi.

(Band) “Ciao a tutti e grazie di averci dato questo spazio”

Siete appena usciti sul mercato discografico con un nuovo album in studio, potete presentarlo ai nostri lettori?

(Davide Pinto) “Ci stiamo preparando per le registrazioni. Al momento stiamo lavorando su altri brani che andranno a completare la nostra prima fatica discografica e dei risultati ottenuti siamo davvero orgogliosi”
                             
Come è nata la vostra band e quali sono le vostre origini?

(Giuseppe Ferrieri) “La band è nata nell’ormai lontano 2006/2007 da una mia idea di proporre esclusivamente musica inedita di stampo hard & heavy. La prima line-up durò circa 7 mesi a causa di dissidi tra me e il batteriista e questo portò ad un periodo di inattività che si concluse a metà 2008, quando iniziò a prendere forma la seconda formazione che si stabilizzò definitivamente nel periodo ottobre/novembre 2009. L’organico era composto da me e Alessandro Giordano alle chitarre ritmiche e soliste, Giuseppe Bianco al basso (il quale era presente anche prima formazione), Nicola La Penna alla batteria e Graziano Serra alla voce. Fino agli inizi del 2011, suonammo in contest, festival e svariati locali di Taranto e provincia. Tuttavia, dissidi tra me e Giordano, e soprattutto l’abbandono del bassista, portarono all'ennesimo scioglimento, il quale divenne definitivo dopo due spettacoli tenutisi al Gabba Gabba rock club a Lama e alle Officine tarantine a Taranto. Nell'agosto 2017, dopo un silenzio durato quasi 5 anni, ho deciso di riprovarci mettendo in piedi la terza line-up con me e Davide Pinto alle chitarre ritmiche e soliste, Giovanni Castellano al basso e Gaetano Calasso alla voce, e con una nuova direzione musicale: il power metal. Ci siamo affiatati molto e sono fiducioso che questa volta il progetto si concretizzerà definitivamente.”

Come è nato invece il nome della band?

(Giuseppe Ferrieri) “La mia risposta avrà un che di assurdo ma è andata proprio così. Ero e sono ancora un grande appassionato di un film del 1997 intitolato Vulcano - Los Angeles 1997 interpretato da uno dei più grandi attori della vecchia guardia: Tommy Lee Jones. Parla di un vulcano sorto proprio al centro della città di Los Angeles. Il vulcano è la massima espressione di distruzione ma, soprattutto, di potenza. La band è potente ed è su questa idea che ho deciso di darle questo nome (che letteralmente significa fornace del vulcano).”

Ci sono tematiche particolari che trattate nei vostri testi o vi ispirate alla quotidianità in genere? Che peso hanno di conseguenza i testi nella vostra musica?

(Gaetano Calasso) “Gli argomenti trattati nei testi vertono sulla politica e su importanti problematiche sociali. L’obiettivo è quello di risvegliare le coscienze e denunciare le menzogne del sistema celate sotto falsa forma di verità.”

Quali sono gli elementi della vostra musica che possono incuriosire un vostro potenziale ascoltatore e quali sono quindi le qualità principali del vostro nuovo album?

(Davide Pinto) “La nostra musica è puntata principalmente su ciò che era effettivamente il primo power metal ma con qualche affinità progressiva che permette l’originalità del nostro sound.”

(Giovanni Castellano) “La peculiarità che rende unico il nostro genere è la contrapposizione tra la musica e le tematiche dei testi che sono in larga misura tipiche del thrash metal.”

Come nasce un vostro pezzo? 

(Giovanni Castellano) “La nascita dei brani avviene innanzitutto dalla creazione di un riff principale che può essere di chitarra o di basso. In un secondo momento vengono decise le tematiche da affrontare nelle liriche del testo e dopo subentra la fase dell’arrangiamento fino al completamento del pezzo.”

Quale è il brano di questo nuovo disco al quale vi sentite particolarmente legati sai da un punto di vista tecnico che emozionale?

(Giuseppe Ferrieri) “Il brano cui ci sentiamo più legati è sicuramente No new world order. E’ stato il nostro primo brano che ha creato il giusto feeling tra tutti noi e, al contempo, ha saldato la compattezza della band. Da un punto di vista tecnico ha permesso ad ognuno di noi di mostrare lo studio e l’esperienza musicale accumulati negli anni.”

Quali band hanno influenzato maggiormente il vostro sound?

(Giovanni Castellano) “L’influenza sia tecnica che emotiva mi è stata fortemente trasmessa dalla band symphonic prog metal svedese Epica e un pochino dagli Iron Maiden.”

(Davide Pinto) “Le mie influenze musicali sono prevalentemente quelle del progressive metal, basandomi su band quali Nevermore, Dream Theater, Periphery, Firewind e simili.”

(Gaetano Calasso) “Le mie influenze sono l’hard & heavy, principalmente i Judas Priest. Poi l’hard rock con band quali Deep Purple, Led Zeppelin, Kiss, AC/DC e Whitesnake.”

(Giuseppe Ferrieri) “Le mie influenze vanno dall’hard rock al metal, quindi gruppi quali Led Zeppelin, AC/DC, Black Sabbath, Poison, Motorhead, Twisted Sister, Motley crue, Metallica, Deep Purple, Guns n Roses, Iron Maiden, Firewind, Iced Earth, Stratovarius, Helloween, Angra, Megadeth, Slayer, Pantera e la lista e ancora lunga.”

Quali sono le vostre mosse future? Potete anticiparci qualcosa? Come pensate di promuovere il vostro ultimo album, ci sarà un tour con delle date live?

(Gaetano Calasso) “Stiamo programmando l’uscita della demo/EP e l’anno prossimo anche del nostro album d’esordio che sarà promosso con molti concerti live.”

E’ in programma l’uscita di un album dal vivo o magari di un DVD?

(Gaetano Calasso) “Si, certamente. Magari anche di entrambi.”

Come giudicate la scena musicale italiana e quali problematiche riscontrate come band?

(Davide Pinto) “Purtroppo l’attuale scena musicale italiana è molto problematica. Il nostro genere non viene facilmente accettato dagli italiani stessi a causa di tutti questi talent show che illudono molti colleghi musicisti e artisti e li portano ad aggirare la classica gavetta che, rispetto a questi programmi, serve molto di più per accumulare la dovuta esperienza e produrre un lavoro davvero di successo.”

Internet vi ha danneggiato o vi ha dato una mano come band?

(Giovanni Castellano) “Penso che internet, ora, ci stia dando una grande mano in quanto, diversamente dai primi anni della nascita del metal dove vigeva il passaparola, la diffusione di nuovi gruppi avviene in modo molto più rapido.”

Il genere che suonate quanto valorizza il vostro talento di musicisti?

(Band) “Tantissimo”

(Giuseppe Ferrieri) “Tanto, veramente tanto. E’ un genere dove possiamo dare sfogo alla nostra più fervida fantasia e, allo stesso tempo, mettere in pratica tutto il lato tecnico dello studio dei nostri strumenti.”

C’è un musicista con il quale vorreste collaborare un giorno?

(Davide Pinto) “Jeff Loomis”
(Gaetano Calasso) “Rob Halford”
(Giovanni Castellano) “Simone Simons”
(Giuseppe Ferrieri) “ In realtà io con due musicisti mi piacerebbe collaborare un giorno: Jimmy Page e Slash.”

Siamo arrivati alla conclusione. Vi va di lasciare un messaggio ai nostri lettori?

(Band) “Vi ringraziamo innanzitutto per averci dato questa opportunità. Un messaggio che vogliamo lasciare ai nostri lettori è quello di credere in se stessi e di combattere e lavorare sodo per realizzare i propri sogni, come stiamo facendo noi adesso! Vi invitiamo, inoltre, a seguirci sulla nostra pagina facebook, www.facebook.com/vulcanforgeband, che sarà costantemente aggiornata sulla nostra attività live e studio, e a breve sarà online il sito web ufficiale della band. STAY TUNED! STAY METAL! \m/.”

Alessio Petralla

giovedì 16 novembre 2017

AMBERIAN DAWN - Darkness Of Eternity

Napalm
Amberian Dawn è ormai una realta’ concreta, e con l’arrivo del settimo figlio, oggi ancor di piu’. La targa Napalm Rec ormai specializzata in gothic – power -metal bands con cantato femminile ci indica che nulla e’ lasciato al caso, infatti la produzione e registrazione sono discrete. Il disco apre con i’m the one, bel brano dalle atmosfere inquietanti. I ritornelli del disco sono molto accattivanti, e tutto e’ incentrato sulla voce chiara e luminosa della bellissima singer. I brani sono ben composti, bilanciati tra gotico e poetico, musicalmente la parte rilevante e’ data alla tastiera che sapientemente crea vari colori diversi tra il nero, e 50 sfumature di grigio, sostenuta da una ritmica sapiente e potente.

Ma come ormai sappiamo non parliamo di un gruppo alle prime armi, anzi, dalla Finlandia con furore siamo ormai abituati a questo tipo di bands, (e non solo …) tra i miei pezzi preferiti golden coins, breath again e dragonflies, ma anche gli altri hanno una personalita’ tutta loro, sempre tuttavia restando ancorati al genere. Pezzi veloci si alternano ai cadenzati e a quelli atmosferici. Tra tutti questi pizzi e merletti neri, io, non so voi, mi farei accompagnare volentieri nelle tenebre dalla bella vocalist per l’eternita’, magari mentre canticchiamo qualche pezzo dell’album, e poi nel buoi chissa’ cosa succede … Dopo pochi ascolti risulta essere come un “amico fidato”, lo conosci da sempre. La band non compie dei “passi evolutivi”, gli Amberian dawn così erano cosi sono e così saranno per sempre, ma noi che li prendiamo così non ci lasciamo scappare il nuovo prodotto che rispetta ampiamente tutti i canoni del genere. 

Voto: 6/10 

Flavio Facchinetti

BEAST IN BLACK - Berserker

Nuclear Blast
Prima fatica per la “bestia nera”. Dopo un importante cambio “ di pelo” , la formazione e’ capitanata dall’ex master mind dei Battle Beast, accompagnato da altri strumentisti già in passato con altre band piu’ o meno note. Come si sa, la bestia perde il pelo, ma non il vizio e la band sforna un album a metà tra il power e il classic metal degno di nota, con all’interno variegate e piacevoli sfumature. Si comincia infatti fin da subito alla grande con un pezzo ad alta carica ed energia. La prima cosa che colpisce e’ l’ottima produzione, che spinge al massimo batteria e chitarre, esaltando la base musicale al massimo. In tutta la prova il vocalist e’ la figura che a parer mio maggiormente emerge della band.

Infatti la voce si destreggia molto bene, con scream ben fatti, ritornelli melodicamente azzeccati, si passa dal pulito cristallino, al potente, allo scream con naturalezza estrema, cercando musicalita’ anche nella strofa. Bravi i due chitarristi, sempre pieni di melodie sia nelle ritmiche che negli assoli, con un misto di rabbia che si fonde bene nelle composizioni. Dopo alcuni ascolti gia’ canticchi il ritornello di born again, ti destreggi tra le tastiere di Crazy mad insane… Il disco scorre ed arriva alla fine rapidamente e piacevolmente, lasciando spazio alla ballata che chiude, con un “acutissimo”. Un disco che non fa urlare al miracolo, ma comunque un’ottima prova !! 

Voto: 7/10 

Flavio Facchinetti

EVERTALE - The Great Brotherwar

NoiseAart
Per voi numerosissimi fans dei Blind Guardian old school, ( … e mi tiro dentro anch’io) c’e un nuovo profeta, che puo’ farvi dimenticare orchi e hobbit di Mordor per portarvi sul campo di grandi epiche battaglie… A parte gli scherzi, tutti i clichè usati sui dischi di Hansi Kursch e soci del periodo di “imagination” vengono riecheggiati a gran voce ad ogni secondo del disco dalla band in questione senza esclusione di freccie : cori, fraseggi di chitarra, timbrica vocale, anche le melodie e le doppie voci, lanci con le chitarre, ecc… diciamo che il gruppo non brilla certo per la propria originalita’, anzi... A parte questa dovuta premessa, il combo tedesco sfrutta comunque bene la propria tecnica musicale a favore di canzoni di presa, fin dall’inizio del disco.

Melodia, velocità, mid tempo vengono alternati a passaggi piu’ tipici del power e a ritmiche piu’ epiche e cadenzate. Sono attivi da fine anni 90 sotto le mentite spoglie di Blackened, e dal 2006 col nome attuale, propongono un power epic metal. Questo che passiamo a recensire, e’ il secondo lavoro col nome Evertale. Le canzoni filano lisce e dopo vari ascolti risultano essere di presa sull’ascoltatore. Tutti i brani sono di spessore, ben studiati e suonati e il confronto con la band “madre” è dietro l’angolo, se solo questo disco fosse uscito 25 anni fa? Sarebbe stato un pilastro del genere oppure no? Bisognerebbe aprire un dibattito… il disco ne ha comunque tutta la caratura, peccato che non si puo’ cancellare quello che e’ stato fatto prima per ricominciare tutto da capo… 

Voto: 7/10

Flavio Facchinetti

VHALDEMAR - Against All Kings

fIGHTER
Buy Or Die !! Ottimo inizio di album con chitarra graffiante, precisa e decisa sul da farsi, questi tagliano la testa a tutti !! Entra poi il cantato e sono in ginocchio, una sorta di Udo vecchi tempi (ormai) andati … il profumo e i richiami verso i Krauti Accept sono forti, ma se il risultato e’ questo … chebbbotta, ben venga !! Una band da paura, che sfodera canzoni una piu’ bella dell’altra. Andiamo con ordine: band originaria di Vizcaya Spagna, attiva da fine degli anni 90, nata per opera di J. Monge alla solista con il cantante/chitarrista Carlos Escudero. Il bagaglio che la band si porta appresso e’ di quattro album all’attivo e una carriera live gia’ alquanto nutrita, ed eccoli approdare con il quinto full, registrato ai Chromaticity Studios e prodotto dallo stesso Pedro J. Monge.

Il disco in questione credetemi fara’ sanguinare i vostri speakers e vi tirerà una mazzata in pieno volto. Si susseguono brani di metal classico, con suoni moderni, che accontenteranno il metallone scongelato dagli anni 80, che ha bisogno melodia e potenza e il fan della nuova ora che richiede suoni aggressivi su chitarre e batteria per poter ascoltare un disco. Difficile scegliere il “pezzo preferito” stavolta in quanto il disco e’ composto solo da brani di serie A !! Ed io che per il metal spagnolo ero rimasto ai Baron Rojo … Veramente un album Degno di nota !! Long live Heavy Metal, Long live Vhäldemar. 

Voto: 8/10 

Flavio Facchinetti

WE CAME AS ROMANS - Cold Like War

Sharptone
Gli statunitensi We came as romans, fanno parte del cosiddetto filone metalcore; un genere che è saturo di buone proposte e molte invero zoppicanti come i nostri. Perché qui di metal ce n’è molto poco, gli ingredienti ci sono tutti ben dosati: un pizzico di elettronica, una produzione ben pompata, look giusto da “ribelle” con stile; qualche chitarrone, scream messi qui e là per far vedere la rabbia molto posticcia e coretti pop. “Vultures with clipped wings” che è l’opener ne è la summa; apertura elettronica ; breakdown di batteria, chitarre dai riffoni stoppati, scream, ma nulla che faccia scattare al visibilio, la tecnica c’è, ma manca la sostanza per differenziarsi dal resto di chi segue il filone, anche qui ritornello pop che ammoscia il tutto. La titletrack prosegue la scia, un brano che è “metal” in superficie, up tempo che come al solito è più elettronica che composto da riff, invero compressi e che finiscono col solito ritornello poppeggiante che piacerà alle ragazzine finto ribelli. “Two hands” gioca molto sulle basi elettroniche, ritmi che hanno più del pop che del metal, qualche scossone c’è ma è fine a se stesso con riffoni e scream, ma la sostanza come dice un mio caro amico musicista, non è metal, è pop coi chitarroni.

“Foreign fire” anche qui è la summa del metalcore made in Usa, soliti breakdown , chitarre compresse, ritornelli per colpire il pubblico adolescenziale e aggressività posticcia. “Promise me“ anche qui il gusto del pop zuccheroso è presente, un brano che è alternative, di metal non c’è nulla; forse è questo il pubblico che i nostri dovrebbero fare riferimento, il pop elettronico all’acqua di rose che è melodico, è innocuo, valido per i passaggi radiofonici. La conclusiva “Learning to survive” è anche questa uguale ad altre, del genere, senza scossoni, inizio elettronico, voce pulita che è più pop ,cassa di batteria e esplosione con chitarroni e ritornello zuccheroso. Album che è consigliato solo esclusivamente agli adolescenti o ai tardi teenager che vogliono una delicata e innocua aggressività mentre indossano il chiodo per atteggiarsi e farsi vedere “cattivi” ,ma senza sporcarsi i jeans di marca però, perché qui di metal non ce n’è manco mezzo; come direbbe il mio nonno, di farina per fare la polenta ce n’è poca nel sacco. 

Voto: 5/10  

Matteo “thrasher80”Mapelli

LILYUM - Intervista a Kosmos Reversum


Ciao Kosmos, potresti farci una breve cronistoria dei Lilyum?

Un sincero grazie innanzitutto per darci questo spazio su Giornale Metal e un grosso saluto a te e a tutti. Allora, la storia dei Lilyum è stata un po' travagliata e con diverse pause e ripartenze, cambi di line-up ecc ecc. Dal 2008 ho deciso fermamente di riversare nei Lilyum tutte le mie forze e così a partire dal 2008, e con l'aiuto di musicisti come Xes (Infernal Angels), Frozen (Arcanum Inferi, Krowos, Malauriu) e Lord J.H.Psycho (Phenris, In Corpore Mortis), i Lilyum hanno trovato nuova linfa e dal 2008 abbiamo sfornato sette full-length, due ep, e uno split. L'ultimo lavoro, di cui siamo orgogliosissimi, è uscito a fine agosto 2017 per Vacula Productione e si intitola “Altar Of Fear”. 


Come mai il nome Lilyum?

Come già detto in altre sedi, è una lieve storpiatura di “lilium”, che è un fiore, il giglio. I fiori sono un elemento metaforico per rappresentare l'anima della nostra musica, o almeno quella più nichilista, mortifera, che devasta l'anima, come i fiori posati su una tomba. Fiori che rappresentano nel loro splendore la vita, ma anche la fine di tutto.

Voi avete unito il buon e classico black metal norvegese ad una sensibilità tutta vostra, chi sono i vostri punti di riferimento musicali?

Sono molti e non necessariamente da ricercarsi nel black metal. Personalmente credo che i Lilyum prendano spunto soprattutto dal black metal norvegese degli anni Novanta, ma anche da quello embrionale degli anni Ottanta, con nomi come Bathory o Celtic Frost su tutti, ma anche da tanti altri generi che ascoltiamo. Io ad esempio sono un amante della darkwave, del punk e del grunge. Ma la lista potrebbe continuare ancora.

Il disco è pervaso di malignità, furia e tanta rabbia con una nota drammatica sullo sfondo, da dove prendete l’ispirazione?

Il fatto che la nostra musica sia così, credo sia una diretta conseguenza di come mi sento oggi, all'età di quaranta anni. A prescindere che i Lilyum sono la somma delle influenze e dello stato d'animo di tre componenti, è comunque indubbio che, essendo io il compositore principale, questo si rifletta molto nella musica dei Lilyum. In sintesi, man mano che la vita va avanti, ci si rende conto che molti sogni che si aveva da piccoli vengono spazzati via da una società dove regnano troppe volte solo arroganza, superficialità e smania di apparire. Una società che schiaccia le personalità più “sognanti”, le quali saranno sempre schernite e apostrofate da individui non dotati del minimo senso di rispetto verso il prossimo. Tutto questo genera malessere, e può creare dei mostri. Per adesso questo mostro si chiama “Lilyum”, ma attenzione...Cosa potrà mai diventare questo mostro quando Lilyum non ci sarà più o non potrà contenere tutta la negatività che gli riversiamo dentro? Sinceramente non voglio pensarci...è qualcosa che potrebbe fare davvero paura.

Mi sono piaciuti molto i brani “Siege the solar towers”, ”Voices from the fire” e l’opener “Alkahest”, di che parlano i testi delle vostre canzoni?

I testi sono scritti da Lord J.H.Psycho, lui questa volta non ha scritto un vero concept, ma tutte le canzoni sono legate da un filo conduttore. La paura, la misantropia, l'isolamento, e un pizzico di follia e esoterismo formano la base dei testi dei Lilyum. 


Essendo tu di Torino, mi viene spontaneo chiederti, quanto abbia influenzato la tua band, vivere in una città del cosiddetto “triangolo della magia”.

Non ho mai troppo creduto a questa storia, ma devo ammettere che analizzando il mio percorso artistico e personale, devo forse riflettere su qualcosa in merito a ciò. Vivere a Torino per me non è come vivere in qualsiasi altra città. C'è un alone oscuro e grigio che percepisci anche nelle giornate di sole. Non saprei spiegare a parole, ma questa città emette occultismo e un feeling malato, ma penso che solo i più sensibili possono cogliere e sentire sulla propria pelle questa cosa. Io la avverto, e questa cosa da una parte mi fa stare male, dall'altra mi attira molto, perchè sono molto affascinato dalla parte oscura di ogni cosa, soprattutto quella umana. Ognuno di noi da qualche parte della propria anima ha una forte propensione al Male, ma solo alcuni entrano davvero in contatto con essa. A volte si tratta di input, immagini sfocate che ti passano davanti, sogni, voci...Qualcuno potrebbe chiamarla anche schizofrenia, paranoia...Ma chi stabilisce se queste cose, che alcuni avvertono, sono frutto della loro mente malata o sono un passaggio verso un'altra dimensione? Gli psichiatri? Riflettiamoci. 

Voi vi siete formati nel 2002, durante la vostra carriera, cosa è cambiato nell’underground metal nostrano?

Tutto. L'industria musicale è cambiata e le cose migliori e più rivoluzionarie, a livello musicale e culturale sono tutte collocate nel passato. Non mi va di affrontare nuovamente il discorso dell'underground, in quanto credo che la gente che ne parla di continuo sia la prima ad essere dannosa per la scena. Io credo semplicemente che un musicista deve fare musica, tutto il resto è contorno. Il musicista deve essere un ribelle, un rivoluzionario. Egli deve fare musica come bisogno fisiologico, non per la gloria o per ottenere un ipotetico ritorno in termini di fama, fratellanze ecc. Se queste arrivano meglio, ma se quello è l'obiettivo, allora non si è veri artisti. Riallacciandomi all'inizio della mia risposta dico solo questo, a costo di sembrare vecchio e stanco: ogni moda, movimento culturale e volendo anche di pensiero, è partito anche da un forte scossone nel mondo della musica. Nei decenni precedenti abbiamo assistito al nascere del rock, del metal, del grunge. Tutte queste correnti erano ben radicate in movimenti culturali che andavano di pari passo con la musica del momento. A partire dagli anni Duemila non c'è stata più alcuna rivoluzione in ambito musicale-culturale. Nessuna band, nessuna corrente musicale odierna può essere paragonata minimamente a quelle precedenti. Quello che ne consegue è che purtroppo i giovani d'oggi seguono solo squallide mode, ma queste non hanno radici in movimenti musicali, e quindi sono molto fatue e inconsistenti. In pratica non stanno vivendo nulla, vanno solo avanti cliccando su qualche dispositivo, ma non vivono proprio nulla di reale. 


Come vi trovate con la Vacula productions?

Bene, siamo persone e musicisti semplici, e la Vacula è come noi. Poteva andare meglio, ma sicuramente anche molto peggio!

Quali sono i prossimi obbiettivi dei Lilyum?

Credo che sia presto per parlarne. Vorrei chiudere con “Altar Of Fear” la nostra carriera. Abbiamo realizzato uno dei nostri migliori album di sempre e dentro c'è tutto quello che dovevamo dire. Quindi ora come ora i Lilyum sono molto vicini alla fine. Dovrò ricevere qualche importante input per potermi mettere nuovamente a scrivere musica.

Bene, l’intervista è conclusa, un abbraccione grande e supporto sempre!

Un grazie di cuore a te e ai nostri fans. Voi siete considerati da noi come degli alleati, non come semplici ascoltatori della nostra musica. Chi ha capito realmente cosa vogliamo comunicare credo non potrà mai voltarci le spalle!

Matteo Mapelli

HAMKA - Multiversal

Fighter
Originari dalla Francia i power/symphonic metallers capitanati dalla Ex vocalist dei Dark Moor Elisa C. Martín e dal chitarrista Willdric Lievin si formano nel 2003, escono con un album nel 2004 e poi c’e’ una sorta di stand-by fino al 2013, per poi uscire con questo lavoro nel 2017 Il loro secondo album inizia con un intro pomposo che sa un po’ di nulla, e penso oh mio Dio se ora mi tocca ascoltare tutto un disco così... Ma la sorte a volte gioca scherzi strani, e gia’ dal primo vero pezzo divento fan della band in questione, vengo catturato dalle atmosfere create dal flauto molto folkeggiante e dalle evoluzioni progressive nel mezzo brano, con earth’s call rimango piacevolmente sconvolto dalla melodia incredibile del cantato, dalla tastiera con suoni orientali, dagli assoli,gradevole il pezzo hope che apre la strada a Inner, dove torna il flauto … il mio brano preferito Seaquest dove la fine voce diventa graffiante, ma sempre con dolcezza.

Colpi di batteria annunciano l’ennesimo capolavoro cowboy e la voce graffia ancora mentre il groove di batteria svolge il compito primario nel brano. Le tracks sono tutte convincenti, non parliamo dei ritmi tribali e dalle sfumature degli assoli su “orkanian’s Land” potrei scrivere giga interi su questo lavoro… La produzione del disco è bilanciata, dove nessuno strumento sovrasta sugli altri, non c’e’ un piatto di portata ed un piatto di contorno, ma c’e’ molta armonia all’interno del piatto, sia di gusto che di colore, tutto molto “educato”. Dopo qualche ascolto canterete in coro, in quanto e’ impossibile non farlo. Mi immaginavo una tritura di cocò che mi sarei dovuto subire a causa dell’ennesimo gruppo capitanato da una bella ragazza, ed invece mi ricredo immediatamente. Viva l’araba fenice che dalle ceneri risorge.Bell’ opera, bei brani, ottime atmosfere. Voto alto !!! 

Voto: 8/10

Flavio Facchinetti

mercoledì 15 novembre 2017

WITHERFALL - Nocturnes And Requiems

Century Media
Nuova band statunitense che si cimenta nel blasonato genere Prog Metal. E nuovo progetto dell'attuale, giovane guitar-hero facente parte dell'ultima line-up degli Iced Earth, Jake Dreyer. Ciò che ho pensato inizialmente di fronte a quest'ennesimo progetto, è ciò che ormai dico spesso attualmente: purtroppo non è la prima volta che si compone una band di musicisti allo scopo di fare un disco per un progetto estemporaneo, ne è piena la discografia metal attuale (basti vedere i Sons Of Apollo oppure i vari progetti di Thiago Bianchi). Credo si rischi prima o poi di inflazionare il mercato delle uscite discografiche settoriali. Detto questo, e constatato che non so per quanto sarà portato avanti il progetto in questione, andiamo ad esaminare più nel dettaglio questo... "ennesimo" album di esordio. Quello che impressiona in "Nocturnes And Requiems" è una certa varietà di stilemi impiegati in ogni composizione. Da una iniziale "Portrait" piena di infusioni di ultra-tecnica a tracce come "What Are We Dying For" e "Sacrifice" che sconfinano, anche in maniera convincente, nell'energia del più puro Thrash Metal, per poi passare ad atmosfere semi-acustiche ricche di assoli flamencati. Per non parlare della lunga "End Of Time", da assurgere a traccia emblematica in quanto racchiude in sé tutte le sfaccettature della musica dei nostri, tra parti puramente Prog che si mescolano ed incrociano con momenti di rabbia mutuata al Power Metal più di maniera, il tutto condito da sezioni di assoli divise tra shredding di derivazione malmsteeniana e le ormai consuete influenze flamenco.

Il singer, Joseph Michael, in forza anche nei Midnight Reign, è ottima ugola puramente metallica, dal timbro fresco e vigoroso quanto rabbioso (l'uso di alcune parti corali ricorda parecchio i Blind Guardian), pur non disdegnando di usare toni relativamente caldi e ricchi di feeling nelle parti più intimistiche, come nella ballad acustica "The Great Awakening". Certamente ci troviamo di fronte ad un disco focalizzato sulla chitarra, sullo shredding, su composizioni ricche di influenze classiche, su passaggi intricati di ritmi dispari, e spesso e volentieri sull'amore per ritmi e riffs ferali della tradizione Heavy/Power ed anche Thrash Metal americana. Il risultato è più che buono di per sé. L'album non mancherà di soddisfare i palati più fini tra gli estimatori del metal tecnico di derivazione prog e lo shredding... e ovviamente per chi adora la band madre, gli ormai mitici Iced Earth. Gli Witherfall rappresentano l'ennesima realtà Prog Metal da promuovere massivamente, per mostrare quale sia lo stato di salute del genere musicale in questione. Da una parte lo sconfinato amore per il metal di tradizione americana ha spinto i nostri a inserire nel loro debutto parecchi riferimenti alle bands storiche, dall'altra credo sia da augurare il meglio al progetto musicale in questione, giacché come dicevo pocanzi non sappiamo ancora se si tratti di un progetto estemporaneo dello spazio di un disco... oppure una vera e propria band dalle intenzioni serie e longeve. Gli elementi vincenti ci sono già tutti. In caso contrario, consideriamolo come un'ottima variazione sul tema per l'estrosa ed eclettica creatività di Jake Dreyer, e teniamolo nello scaffale accanto a tutti gli albums degli Iced Earth. 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli

RAM - Rod

Metal Blade
Gli svedesi RAM, esistenti dal 1999 e oggi presenti sul mercato con il loro bestiale quinto album "Rod", hanno un compito arduo. Insegnare ai death metallers, tanto diffusi soprattutto sul territorio della loro nazione, quanto il Puro Metallo possa essere molto più brutale e "take-no-prisoners" dello stilisticamente ben più limitato "growlish" death metal. Vi assicuro, questo album è così pieno zeppo di colate di metallo rovente che pare di essere entrati nel cratere di un vulcano in piena attività. Grazie soprattutto ad una voce rovente come quella di Oscar Carlquist, e ad un suono di chitarra assolutamente bestiale... il tutto però filtrato dalla giusta produzione. Che riesce assieme a valorizzare i singoli strumenti e ad aggiungere potenza alla potenza senza assolutamente sconfinare nel rumore puro. Ed è qui la carta vincente del quintetto. Nessuno dirà mai che sono delle fighette, perché la spaventosa mole di energia irradiata dei RAM è di chiara derivazione Exciter/Anvil, puro metal underground dei primi roventi anni '80 del ventesimo secolo.

Qualcosa di mitico, profondamente essenziale, di una "essenza" che si è persa nel tempo, difficilmente trovabile oggigiorno nei dischi più di maniera e nelle produzioni più moderne e digitalizzate. E non vi potete immaginare quanto fa bene al cuore e all'anima una rispolverata di questo particolare sound, ogni tanto. Da massicce cavalcate di ritmiche chitarristiche serrate e da guerra come l'iniziale "Declaration Of Independence" e "Gulag" a brani speed come "On Wings Of No Return" che uniscono energia e ottimi refrain, l'equilibrio della loro musica è perfetto. Oltretutto, abbiamo la seconda metà dell'album tutta occupata dalla suite in sei parti "Ramrod The Destroyer" e ditemi se tanto metallo strutturato in una suite di siffatta epicità non colpisce nel segno lasciando esterrefatte le metalheads più scalmanate. Riusciranno i nostri eroi ad adempiere al loro compito, facendo assurgere il loro viscerale Heavy Metal a fiero avversario del metal più estremo e ormai manieristico che ancora infesta come un'orda di scarafaggi l'underground internazionale? Solo i posteri questo potranno scoprirlo. A voi la scelta: fate vostro quest'album e partecipate alla cruenta battaglia, oppure tenetevi le vostre bands manieristiche e "metaller-chic" (peggio del radical-chic) e abbandonate la lotta con infamia! Quanno ce vo' ce vo'. 

Voto: 8/10 

Alessio Secondini Morelli