Mazzarella Press Office

EMP 1

giovedì 21 settembre 2017

KEE OF HEARTS - Kee of Hearts

Frontiers
I Kee of Hearts sono una novità assoluta ed esordiscono ora con questo album composto di 11 tracce. La band è costruita su un binomio di grande prestigio: Tommy Heart, singer dei grandi Fair Warning e Kee Marcello, che non ha bisogno di presentazioni, essendo stato chitarrista dei platinati Europe. Intorno a questo binomio, si sono coagulati gli arrivi di Ken Sandin (ex-Alien) al basso e del drummer italiano, Marco Di Salvia (Pino Scotto), così la band ha cominciato i lavori per la composizione e registrazione del debutto nella seconda parte del 2016. Il songwriting è stato completato e rifinito insieme ad Alessandro Del Vecchio che ha prodotto il disco e suonato le tastiere, lui che ormai può vantare numerose e prestigiose collaborazioni, Revolution Saints, Hardline, tra le tante.

L’ascolto di melodie spensierate e gioiose, caratteristica base delle ottime “Mama Don’t Cry”, “S.O.S.” (ottimo testo “green”), “Invincibile” e “Twist of Fate”, rende questa nuova uscita sicuramente preziosa. La qualità, infine, di “Edge of Paradise”e della conclusiva – “survivoriana” – “Learn to Love Again”, ne esaltano in via definitiva il valore, ponendo in risalto come la versatilità vocale di Tommy Heart sia da sempre inequivocabile ed il notevole buon gusto esecutivo di Kee Marcello, un aspetto talora persino sottovalutato. A mio avviso questo loro debutto riesce a inserirsi a pieno merito nel novero delle migliori ultime uscite in ambito AOR, sotto l'ala protettrice della Frontiers: un album ben suonato e ben prodotto, con più di uno spunto degno di nota che ci auguriamo favorisca, sia su disco che sul palco, la carriera di un genio delle sei corde come Kee Marcello. Consigliato a tutti i fan nostalgici, sebbene i Kee of Hearts non siano soltanto uno sguardo al passato, motivo per cui non dubitiamo che ne sentiremo parlare ancora a lungo nei prossimi anni. 

Voto: 9/10 

Bob Preda

CREMATORY - Live Insurrection

SPV
Quando i tedeschi Crematory decidono di pubblicare un nuovo lavoro dal vivo, lo fanno sempre nel migliore dei modi. La qualità sempre alta a cui ormai ci hanno abituato non sconvolge ormai nessuno, anzi aumenta semmai il loro grande seguito. Un successo che li accompagna da più di venticinque anni. Live che appunto celebra il quarto di secolo, di un onorata carriera, sempre all’insegna del gothic metal di classe, roccioso ed elegante al tempo stesso. Una band già grande in studio, ma che nei live show dà il meglio, rispecchiando in modo totale quale sia la loro dimensione di appartenenza. I brani si susseguono in modo equilibrato, facendo rientrare anche le ultime produzioni come loro cavalli di battaglia. Questo a dimostrazione dell’ottima validità della proposta musicale che da anni accompagna i Crematory.

Possiamo ascoltare le splendide versioni di Misunderstood, Fly, le sempre stupende Greed e Tick Tack. Senza dimenticare ad esempio Haus Mit Garten, oppure Ravens Calling, The Fallen, Shadowmaker. Praticamente da vivere dall’inizio alla fine, con tutto ciò che viene proposto, senza stare lì a fare differenze tra vecchie e nuove canzoni. Da non tralasciare che questo disco esce anche in versione Dvd, il che rende il tutto ancora più ghiotto. Ormai una costante della band stessa quella di pubblicare anche il formato video insieme ai normali cd audio delle proprie esibizioni. Probabilmente una delle poche band gothic metal nel vero senso della parola rimaste intatte nella propria integrità musicale e artistica. Lodevole anche il lavoro di missaggio, produzione, molto accurati e senza troppe sovra incisioni. Lavoro onesto che farà trascorrere un bel po’ di tempo in compagnia di una validissima band. Anche se in giro da tanti anni, hanno ancora molto da dire soprattutto dal punto di vista live. 

Voto: 7,5/10

Sandro Lo Castro

LEPROUS - Malina

Inside Out
Ad oggi Malina è il quinto album dei Norvegesi Leprous. All’inizio del mese di settembre questo lavoro raggiunse alcuni e ottimi piazzamenti nelle classifiche di vendita di mezza Europa come: Germania 34#, Finlandia 23#, Uk Rock Album 19#, tanto per citarne alcune. Entrato anche nella famosa e ormai inflazionata Billboard negli USA addirittura al 21#. Per alcuni una sorta di successo già annunciato, data l’alta qualità delle composizioni. L’album si apre con una introspettiva e intima Boneville, dalle tinte quasi Jazz, con un pizzico di psichedelica da contorno. Generalmente i brani si presentano comunque come un rock leggero, soft se vogliamo, ma non per questo non incisivo, sia chiaro. Hanno una grande personalità come mostrano ad esempio nella seconda Stuck, seguita a ruota dalla ritmata From The Flame.

Ottima anche Captive, che a sua volta cattura l’ascoltatore grazie ad un ritmo quasi forsennato della batteria in alcuni momenti, brano validissimo, infarcito anche da un chorus di cui sarà difficile sbarazzarsi totalmente. Il viaggio che hanno preparato questi norvegesi è un qualcosa di particolare, che rischia di lasciare il segno. Abbiamo detto però rischia…, quindi non è sicuro che succeda. Questo perché fondamentalmente i brani si sono accessibili, orecchiabili, prodotti magistralmente e suonati da professionisti di prim’ordine, però fondamentalmente durante l’ascolto c’è qualcosa che non riesce a trascinare in modo completo. I brani iniziali facevano sembrare questo disco qualcosa di impressionante, forse complice il fatto di vederlo anche quasi in cima alle classifiche o semplicemente chi sta scrivendo non è molto predisposto a questo genere di suoni prodotti in questa occasione. Liberando la mente da qualsiasi preconcetto, non si può non ammettere che comunque si tratti di un ottimo lavoro, anche se ad un certo punto il tutto si ferma, non riuscendo più a capire se si tratta di un capolavoro o di un semplice rock album ordinario. Qualche altro brano da segnalare c’è come Malina, Coma forse il più vicino a qualcosa di metal per via dei tempi di chitarra e batteria, tanto di complimenti alle vocals, molto evocative. Ma oltre non si riesce proprio ad andare, lavoro ambiguo. 

Voto: 6,5/10

Sandro Lo Castro

TREAT - The Road More Or Less Traveled (Captured Live Milano 2016)

Frontiers
Tempo di celebrazioni per i Treat. Al giro di boa dei 32 anni di carriera (il primo disco della band uscì nel 1985), gli svedesi scelgono di dare alle stampe il loro primo live album. Registrato lo scorso 23 aprile durante il Frontiers Rock Festival, “The Road More or Less Traveled – Live in Milano” è un album (anche in DVD per gli interessati) che ripercorre la carriera di una band che ha scelto di rimettersi in gioco dopo anni di silenzio. Ghost of Graceland (che era, al momento dell’esibizione, il disco da promuovere) la fa, ovviamente, da padrone. Ecco scorrere qui, infatti, Ghost Of Graceland(midtempo cadenzato, solenne e melodico con voce, tastiere e chitarre sugli scudi),Better The Devil You Know (più veloce con bel giro di basso pulsante e ficcanti chitarre divise tra riff e assoli, nonché un organo dall'aria vintage), Non Stop Madness (più energica e vivace pure se pervasa da tanta accattivante melodia) Endangered (un melodic hard rock d'alta scuola).Sempre dal più recente platter in studio è tratta la deliziosa Do Your Own Stunts, che è, di contro, uno slow ma non troppo dalla armonie del ritornello squisita e molto acchiappanti. Anche We Own The Night, canzone questa volta tratta da Coup De Grace, è unasemiballad dalla melodia altamente cantabile e gustosa. Grande risalto, dunque, è dato da queste parti anche ai brani dello splendido album del 2010, da Roar, dinamica e grintosa e con melodie lanciate a vele spiegate, a Papertiger, carica di riff di cromate tastiere e laccate chitarre.

E, ancora, non manca Skies Of Mongolia, meravigliosamente epica e melodica e contrassegnata dai riff solenni e magici dei tasti d’avorio (suonate da Jona Tee dei conterranei H.E.A.T.). Per quanto riguarda i lavori del passato, a parte il gran finale di World Of Promises (da Dreamhunter), evocativa e solare un po’ sulla scia degli Europe, la scena è tutta per Organized Crime. Dal long-playing del 1989 sono riproposte, difatti, Get You On The Run, ballad ancora una volta patinata tra Europe e AOR a stelle e strisce, Conspiracy, rockeggiante e tipicamente scandi-rock, Gimme One More Night e Ready For The Taking, risolute, nervose e iniettate di esemplare spavalderia ottantiana. The Road More Or Less Traveled, come ci aspettava, conferma le doti di forza e intensa capacità melodica dalle tinte tipicamente nordeuropee dei Treat, e il fascino del loro sound caratterizzato da chitarre e tastiere patinate. Le loro impeccabili esecuzioni live evidenziano pari dignità tra vecchi e nuovi brani (più epici e melodici gli ultimi, più hard ed ammiccanti i primi), e si fanno perdonare la mancanza di scelte dal disco dei Treat preferito dal vostro recensore, The Pleasure Principle. 

Voto: 8/10 

Bob Preda

NIBIRU - Qaal Babalon

Argonauta
Due anni separano questo nuovo album in studio, Qaal Babalon, dei Nibiru dal precedente Padmalotus uscito nel 2015. Durante l’attesa tra i due lavori si sono susseguiti un ep nel 2016, Teloch e il Roadburn Documentary del 2017. La band italiana nel frattempo è cresciuta in modo considerevole, divenendo ormai una consolidata realtà internazionale della scena underground. La sempre attenta e grande Argonauta Records, definisce il genere proposto dalla band come Ritual Doom Sludge e non possiamo che esserne d’accordo. Questo disco presenta quattro brani per quasi un ora di musica ritualistica. Un viaggio particolarmente profondo, dannatamente oscuro e disturbante. Atmosfere funeree, catacombali il cui sentore di morte si può avvertire fin dall’iniziale Oroch, che con i suoi quasi venti minuti di durata, mette seriamente alla prova chi decide di inoltrarsi dentro questo allucinante viaggio preparato alla perfezione da questa destabilizzante band.

Ritmi plumbei, a tratti anche furiosi fanno di questa prima traccia un lungo e ritualistico inno alla sofferenza e al soffocamento dell’anima. Continuando imperterriti e quasi impauriti da tanta,lenta violenza, troviamo Faboan, il brano meno psichedelico e più metal, rispetto agli altri. Una traccia malata, marcia e mentalmente squilibrante. Un'altra traccia di cui “aver paura” è sicuramente la terza e micidiale Bahal Gah, qui la parte psichedelica è predominante. Sedici minuti di puro terrore e sofferenza sonora. Si va a chiudere questo lavoro con l’ultima Oxex, dove gli ultimi undici minuti sono come un viaggio di sola andata verso l’inferno, da cui non si potrà più fare ritorno. Segnaliamo inoltre l’utilizzo della lingua italiana, da puro brivido. Raramente si trovano album del genere, che lasciano un senso di panico e ansia dopo l’ascolto. Brividi che scendono lungo tutta la schiena rimangono per ore. Il bello di questo lavoro è che risulta molto affascinante, stupendamente pauroso, in altre parole unico. 

Voto: 10/10

Sandro Lo Castro

CRIPPER - Follow Me: Kill!

Metal Blade
I teutonici Cripper sono gli alfieri del thrash tedesco ormai dal 2007, e rispetto ai big teutonic 4, ovvero: Kreator, Sodom, Destruction e Tankard,;la band guidata dalla singer Britta Gortz, prende più spunto dal thrash americano made in bay area. Il quintetto torna dopo tre anni dal precedente “Hyena” ed è un macigno thrash metal con la nostra a fare il bello e cattivo tempo con growl inumano che farebbero rizzare i capelli in testa a qualche collega maschio. “Pressure” apre le danze, con chitarre potenti, mid tempo che ricorda gli Exodus e poi via di accelerazione sparata in faccia con la nostra che ruggisce rabbia, un brano veramente in your face; batteria che alterna sfuriate veloci a parti più cadenzate. “Into the fire” inizia con voce filtrata che comanda molto freddamente un “consiglio”, per poi colpire con un mid tempo, chitarre che graffiano e batteria che sai diverte a andare in up tempo e fare anche cambi di ritmo in corsa, mentre la nostra usa il growl in maniera aggressiva ma perfettamente intellegibile.

“World coming down” ha una cadenza terremotante, riffoni sparati che ricordano la bay area thrash, mid tempo ben sostenuto, riff chirurgici, e uso sapiente della melodia. “Mother” è ricca di cambi di tempo, batteria che veloce corre in sincrono con riff che profumano di Testament,e poi arriva il mid tempo cadenzato mentre la singer aggredisce alla gola col suo growl. “Shoot or get shot” sembra un’esortazione alla ispettore Callaghan, potente, virulenta e distruttivo brano no compromise, la nostra gareggia alla grande in aggressività con la sezione strumentale, veloce e precisa che distrugge tutto ciò che incontra. “Bleeding red” è terremotante mid tempo, senza fiato, dalle cadenze quasi death metal, la sezione ritmica è un tritasassi e le chitarre ruggiscono in assonanza con la Gortz. “Running high” è il brano più lungi, quasi nove minuti di acciaio fuso e si sente la nostra alternare cantato pulito, quasi recitato a esplosioni growl, mentre il brano sembra avere una cadenza psicotica, quasi panteriana, chitarre dai riff d’acciaio, e chorus melodico e amaro. La conclusiva “Menetekel” è la sassata conclusiva, mid tempo thrash con rasoiate e velocità alternate a tempi più cadenzati, ma sempre ad alta tensione. Un disco in your face, diretto, senza peli sulla lingua, come da tradizione dei nostri, che sono i più fedeli seguaci al sacro verbo thrash metal, grande ritorno. 

Voto: 7,5/10 

Matteo ”Thrasher80”Mapelli

PETE AND THE TEST TUBE BABIES - That Shallot

Arising Empire
Avete presente quelle commedie sexy degli anni 70, che erano bistrattate dagli intellettuali chic col birignao “intelligente”, perché a loro dire non erano pensose, ma solo sincere, offrivano grasse risate con attori come Lino Banfi, e bellezze come Edwige Fenech, Gloria Guida e altre; bhè questo disco, è lo stesso; genuino, che non ha pretese intellettualoidi e vuole solo divertire anche in modo scorretto, ma è sincero come la band che lo ha forgiato! Questo disco ha l’anima ribelle vera, si torna per certi versi allo spirito verace del punk nato nel 1977, tanta energia, goliardia rozza e voglia di birra e cori da pub e uno sguardo alla procace cameriera col vassoio in mano e sana voglia di menare le mani. I nostri sono genuini e si sente, ”In yer face” è sudore, velocità, cantato sguaiato, e rabbia operaia, cori da pub e tanto sudore, come fare a non resistere a cantare?. “C u next tuesday”, è puro e sano punk, tanta melodia, velocità, si corre in up tempo, chitarre grezze e che filano, voce che più alcolica non si può e un solo rock and roll. “None of your fucking business”, è o non è uno sputo contro tutto e tutti, per affermare la propria ribellione? e lo ripetono a squarciagola in questo brano dallo spirito punk rock puro i nostri con anche interventi di fiati! “Wrong”, sbagliato, questo è sbagliato per la band guidata da Peter Bywaters, le chitarre di Derek “Strangefish” Greening graffiano e con riff pesanti e la cantano chiara, urlandolo a piena voce. Ecco lo “scherzo” che non ti aspetteresti ma anche questo vuol dire punk, una pub song acustica, batteria, violino, basso e voce che provoca grasse risate perché una canzone dal titolo “Silicone beer gut” secondo voi cosa vuol dire? “Youth of today” è punk, diretto senza fronzoli; neanche due minuti scarsi di invettive dirette, urlate con tanta aggressività e chitarre e batteria semplice ma diretta. “Tramp killer” brano dal tiro rock e bluesy, con una suadente voce femminile, fiati e che fa il verso a certo rock and roll anni 50 ma qui sta il bello, perché poi si prende il tiro elettrico con le trombe a dare più corpo, grande brano. “When girlfriends attack” è da ridere se non fosse perché il nostro ci racconta con spirito punk cosa può capitare a fare arrabbiare la propria ragazza, mid tempo, diretto, chitarre dai riff potenti e sentiamo anche gli insulti della gentile signorina incazzata come una biscia e il nostro che tenta di giustificarsi. “Crap californian punk band”, ecco altro brano verace e perfettamente in linea coi nostri, che fanno il verso prendendo i giro il cosiddetto calipunk cantando i tic e i comportamenti delle band oltreoceano mettendole in burla. “Pissdenstein” non ha bisogno di presentazioni, se non che i nostri ci narrano la storia punk con musica adeguata di una sorta di mostro di Frankenstein birraiolo, e in cerca di rissa, tiro veloce, batteria ritmata e armonizzazione e i classici cori da pub. Come si fa a non volere bene ad una band del genere, una band verace, senza compromessi fedele a se stessa e al proprio credo; in una parola sola, punk. 

Voto: 8/10  

Matteo ”Thrasher80” Mapelli

COMEBACK KID - Outsider

Nuclear Blast
I canadesi Comeback Kid, sono una realtà ormai consolidata nel panorama hardcore a livello mondiale, e hanno tirato fuori un disco che sembra un vero manifesto. Partiamo dal titolo che è già molto significativo, perché i nostri, non vogliono piacere alle masse di fighetti alla moda, anzi, tutto l’opposto, vanno dritti per la loro strada con le motivazioni profonde e tanta onestà. L’opener è significativa, la titletrack è l’apertura, chitarre dense, potenti e batteria pulsante, veloce, voce che canta alzando i toni e urlando rabbia profonda con cori e mid tempo ad alternare la velocità dei nostri, batteria precisa ed essenziale. “Surrender control” è dominata dalla batteria, basso pulsante e chitarre dirette e graffianti, un mid tempo che nel ritornello, prende un’improvvisa strada melodica ma piacevole, tutta da cantare e che non toglie un’oncia alla colata rabbiosa. “Absolute” è potente e rocciosa, quasi thrashy, mid tempo quadrato e pesante, rullate varie ma poi ecco l’accelerazione improvvisa e sorpresa a fare compagnia al singer c’è un certo signore chiamato Devin Townsend, brano, potente e aggressivo, con rallentamenti e growl inclusi.

“Hell of a scene” dura meno di due minuti ed è una scheggia di puro hc, veloce, il rullante non prende fiato, ma c’è un’apertura melodica nel chorus per poi picchiare senza pietà. “Somewhere,somehow” è un destro micidiale, un cazzotto di puro hc, veloce, potente e diretto, rabbia senza fronzoli con cori da rissa per poi dare respiro con un ritornello melodico e calare le marce, ma è solo un passaggio, per poi picchiare giù duro. “I’ll be that” è un mid tempo possente, feroce e pesantissimo, chitarre dai riff graffianti e thrash, voce urlata e cori a ribadire la misura aggressiva del brano. “Outrage ( fresh state, state cause) è un brano fatto per scatenare il pogo on stage, veloce, tellurico, con cori melodici, mentre la voca scartavetra l’anima e chitarre potenti danno la misura violenta del brano. La conclusiva “Moment in time“ sembra un passaggio più melodico con la voce che si fa intrisa di blues e sofferenza, ma è solo un’ipotesi, perché subito veniamo travolti da una colata di furia e violenza senza compromesso alcuno, grande prova, velocità controllata nel mid tempo intermedio, per poi riprendere a picchiare. Disco vero, sincero, pregno di rabbia, onestà e tanto cuore; puro hc senza nessun compromesso, perché gli outsider, non ne hanno. 

Voto: 8/10  

Matteo ”thrasher80” Mapelli

martedì 19 settembre 2017

NOCTURNAL RITES - Phoenix

AFM
La storia dei Nocturnal Rites inizia negli anni ’90, prima come Necronomic, rilasciando brani con un impronta prettamente heavy metal, ma che risentivano di una certa componente death metal, andata completamente via con il cambio di monile e primo disco pubblicato, che sarebbe quella perla di In A Time Of Blood And Fire del 1995. Da quei periodi ne è passata di acqua sotto i ponti, tra svariati cambi di formazione e conseguente stop nel 2007 come Nocturnal Rites. Adesso, passati dieci anni esatti dalla loro ultima release, eccoli al varco con un nuovo e splendente album, che risponde al nome di Phoenix. Sostanzialmente non cambiano di una virgola la loro proposta musicale, non sembra essere passata una decade per i cari svedesi. Qualche piccola novità qua e la , giusto per cercare di trovare soluzioni “nuove” per non dire diverse dal solito, come nell’iniziale Heart Black As Coal, che vede dei riff di chitarra quasi metal core, con quel tipico stop n go caro al genere. A dire il vero un inizio non proprio esaltante.

Fortunatamente con la seguente Before We Waste Away le cose cambiano quasi completamente e possiamo ritrovare il classico trademark della band, un mid tempo pieno zeppo di melodia e pathos. Con The Poisonous Seed, la band dimostra di saper ancora pestare duro, presentando un brano veloce, melodico e pesante allo stesso tempo. Continuando l’ascolto troviamo Repent My Sin, un altro mid tempo, dove i ragazzi mostrano la loro grande tecnica nello scrivere pezzi all’altezza della loro fama. What’s Killing Me, presenta ancora qualche parte chitarristica iper compressa in alcuni punti, che stavolta non scalfisce assolutamente il livello della traccia. Mentre in A song To You troviamo un brano alquanto anonimo, pur non presentandosi male, alla fine non rimane nulla in mente. Stesso identico discorso per la seguente The Ghost Inside Me, a parte nelle sezioni veloci in cui riesce a distinguersi un pochino. Dopo dieci anni di assenza era auspicabile aspettarsi un po’ di più da una gloriosa band. Probabilmente Phoenix serve da riscaldamento per ritornare ad essere in forma, dopo tanti anni passati senza pubblicare nulla a nome Nocturnal Rites, forse qualcosa è cambiata. Album che comunque rimane godibile. 

Voto: 6,5/10

Sandro Lo Castro

ENZO AND THE GLORY ENSEMBLE - In The Name Of The Son

Rockshots
Enzo Donnarumma, artista originario di Gragnano, Napoli, nel tempo è riuscito grazie al suo immenso talento a collaborare con artisti grandiosi quali: Orphaned Land, Marty Friedman, Ralph Scheepers i primi che ci vengono in mente. Si presenta adesso in questo 2017 con un lavoro particolare, intenso e spirituale potremmo dire. Il disco in questione prende il titolo di In The Name Of The Son. Lavoro che vede al suo interno una sapiente miscela di svariate sfumature sonore che vanno dal classico heavy metal al progressive, passando poi per il symphonic rock, con parti prettamente orientali, arabe quasi. Lavori di questa portata ne escono davvero pochi. Basato principalmente sulla ricerca spirituale di matrice cristiana. Cosa che gli fa onore, non tutti riescono a far entrare tematiche cristiane in un certo contesto rock/metal. Ma lui riesce ad infondere una certa aura quasi angelica nelle proprie composizioni, senza rinunciare a quelli che sono gli schemi strumentali del genere metal. Partendo dall’iniziale Waiting For The Son, si entra in un mondo non terreno, fatto di epicità, ricerca di pace, ma anche saper con forza e vigore risalire la china quando si cade. Con la seconda Tower Of Babel possiamo gustarci tutta la magniloquenza e la classe di questo compositore polistrumentista italianissimo.

Brano che tira fuori una splendida carica metal di classe sopraffina. Cosa che si amplia ancora di più nella seguente e rocciosa Luke 128, qui siamo di fronte ad un brano prog fino al midollo. In Psalm 8 la fanno da padrone dei magnifici cori orchestrali, oltre ad un tappeto sonoro particolarmente intricato. Andiamo a riposarci con la stupenda e leggera Glory To God, dove possiamo capire tutto interesse verso questo speciale concept a cui ci indirizza il nostro Enzo. Nella sesta traccia fa capolino Kobi Fahri degli Orphaned Land, il che rende il tutto aancora più intrigante e “orientale”. U brano evocativo è sicuramente Magnificat, dove si scorge anche una certa voglia di scoprire quasi il “Divino”. Altra traccia stracolma di potete metal, Isahia 53, con le sue proverbiali cavalcate metalliche. Mattewh 1125, mette sempre in mostra un gusto particolare e intenso nelle composizioni dal gusto epico ed ancora una volta evocatico e positivo. La parte più furiosa e quasi death metal nella forma, con tanto di growl la si può trovare in The Trial. Dopo una fugace e breve The Eternal Rest, vanno a chiudere questo capolavoro di musica contemporanea:Te Deum e If Not You, dove nella prima ritroviamo ancora la verve metallica e nell’ultima una degna ppositiva chiusura per un viaggio da affrontare con tutta serenità, dall’inizio alla fine. Una sola parola: Grande. 

Voto: 10/10

Sandro Lo Castro